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L effetto moltiplicatore dell inefficienza

13/11/2013



 

 

 

 

Io credo che le cose importanti, le cose veramente importanti, per una persona non sono mai molte.

Molto spesso, nello stesso contesto sociale, le cose importanti sono comuni per molti individui.

La famiglia, il lavoro, la solidarietà, l’amore e l’amicizia, la religione, la salute, lo sport…

Queste poche cose, in percentuale, occupano la quasi totalità degli interessi di ogni persona. Proprio per questo, se a qualcuno venisse a mancare uno di questi interessi il vuoto che ne deriverebbe sarebbe difficilmente colmabile.

Coltivare questi interessi a volte è molto dispendioso, ma, evidentemente, quello che si ottiene in cambio ripaga ampiamente tutto.

Famiglia, lavoro, solidarietà, amore … tutti saranno d’accordo nel sostenere che sono valori che richiedono impegno e sacrificio. E più forte è questo valore, più grande è l’impegno profuso.

Io credo di rientrare nella più banale normalità per quanto riguarda la classifica dei miei valori: una moglie che adoro da più di trent’anni con la quale ho costruito una famiglia che rappresenta la cosa più bella della mia vita, un lavoro che faccio con entusiasmo e che non conosce le regole dell’orologio, l’attenzione per le persone che devono affrontare difficoltà di vario genere, l’impegno per condurre una vita onesta che sia di esempio per i figli… insomma, quella che qualcuno potrebbe definire una banale normalità….

Ah, dimenticavo: una cosa alla quale rinuncerei molto difficilmente è la settimanale partita di calcetto.

Ormai ho fatto il callo alle basse insinuazioni di chi continua ad affermare che non è un’attività adatta per chi ha superato i cinquanta…

Mia moglie continua a lanciarmi battutine sarcastiche soprattutto in virtù delle mie condizioni fisiche del giorno dopo, quando si manifestano preoccupanti indolenzimenti di ginocchia e schiena. Ma so che, in fondo, capisce il mio bisogno di non mancare a questo appuntamento settimanale per una serie di importanti motivi tra cui il pretesto per una sana (?) attività sportiva, il ritrovarsi con una cerchia di amici tra i quali non manca mai l’aspetto goliardico, la possibilità di scaricare la tensione accumulata nella settimana di lavoro.

Poi, sia io che mia moglie sappiamo bene che ogni tanto c’è un obolo da pagare a questa passione che spesso si traduce in una puntatina al pronto soccorso per traumi di varia natura .

Negli ultimi tempi ho avuto problemi ad un ginocchio. Ho eseguito, quindi, un’ecografia prenotando una successiva visita da un ortopedico. Ed è stata l’ennesima occasione in cui sono entrato in contatto con una realtà lavorativa completamente diversa rispetto quella a cui sono abituato.

L’appuntamento era per le 8,40 e mi ero organizzato per restare al lavoro fino all’ultimo momento calcolando con precisione il tempo di percorrenza per raggiungere l’ospedale. Una corsa forse un po’ oltre il limite di velocità (c’è sempre un’ultima cosa da fare prima di assentarsi dal lavoro), una breve attesa allo sportello per il pagamento del ticket ed eccomi alle 8,45 di fronte alla porta dell’ambulatorio in compagnia di una decina di altri pazienti (mai termine fu più appropriato).

Un’infermiera, per nulla solidale, comunica che “La Dottoressa” (usiamo un rispettoso maiuscolo) è in ritardo.

Rassegnazione generale.

Passano i minuti e il gesto più frequente da parte di tutti diventa guardare l’orologio.

C’è chi scambia qualche parola con il vicino: chi ha lasciato a casa un genitore anziano, chi deve accompagnare a scuola il figlio affinché non perda il compito in classe, chi ha chiesto un permesso dal lavoro promettendo che avrebbe fatto in tempo a fare una consegna prima di mezzogiorno, chi si è svegliato presto perché viene da lontano , chi ha bisogno di andare in bagno ma teme che arrivi La Dottoressa…

Quante persone… almeno 20…

Ognuna con i suoi impegni, ognuna costretta ad un faticoso far niente…

L’orologio decreta che il ritardo ha ormai raggiunto un’ora.

Un’ora per 20 persone.

È curioso una sola ora e la Negligenza (usiamo una necessaria maiuscola) di una persona determini una perdita di 20 ore.

Quindi: cara dottoressa (torniamo ad una più appropriata minuscola), quanto costa una delle tue ore di ritardo?

Per quanto poco, costa come 20 ore. Ma, chissà, potrebbe costare anche molto di più.

Già, perché se l’orario di inizio lavoro gode di tanta elasticità, lo stesso principio non vale per l’orario in cui devono essere finite le visite. Quindi, poco importa se qualche paziente avrà una visita poco approfondita o accurata: l’importante è recuperare, un po’ alla volta, il ritardo iniziale. Perché si può iniziare in ritardo, ma sull’orario di uscita non si transige.

E noi pazienti a pazientare.

A pazientare?

No. Quando la pazienza ha superato il limite è legittimo esprimere il proprio disappunto.

Quando sono stato chiamato per la visita, un’ora e cinque minuti dopo l’orario indicato dalla prenotazione, al cospetto della dottoressa (minuscola, nel senso di una piccola donna) le ho detto: “Lei, con il suo ritardo, ha scombinato la mattinata di almeno 20 persone. Quando è arrivata non si è scusata, anzi, passando in mezzo a chi l’attendeva non ha neppure accennato ad un saluto. Se dipendesse da me le farei trattenere dallo stipendio il danno economico procurato. Ovviamente, è anche sottinteso che non approvo questo suo atteggiamento di superiorità.”

Sapete cosa mi ha risposto?

“Si cali i pantaloni. Prego.”

(per visitarmi il ginocchio – NdA)
#lavoro #malasanità #negligenza #sanità